18 ago 2019

Gli eroi di Jurassic Beach


Foto © Jean-Marc Takagi


Una storia che ricorda Playa Grande.


Rubo il titolo ad uno dei miei racconti più amati perché questa storia sembra uscita da lì. Si sta svolgendo adesso, in questi giorni, in un arcipelago forse per noi remoto, ma la sua vicenda è emblematica. Lo è per gli attori, per lo scenario e per le dinamiche che la abitano.
C’è una baia che ricorda il Paradiso in Terra, con la vegetazione tropicale ai fianchi e alle spalle, costellata di calette dove rivoli e cascate scendono dalle montagne per gettarsi in mare. In fondo alla baia c’è una grande spiaggia attraversata da un piccolo fiume cristallino.

L’unica presenza umana è rivelata da un villaggio ormai semiabbandonato, dove vivono soltanto diciotto anime. Anime per lo più in pensione o indaffarate altrove. Riposano appena più numerosi i morti nel cimitero, con le sue tombe che guardano l’Oceano Pacifico.
La spiaggia si popola ogni tanto di surfisti, quasi tutti locali. Turismo di massa e mondo moderno sembravano aver ignorato quest’oasi preistorica che la gente dell’isola chiama affettuosamente Jurassic Beach. Ma il mondo moderno non tollera enclavi di passato, la sua dottrina è crescita, profitto, espansione. A discapito della bellezza e della biodiversità. Il mondo moderno usa tutti i mezzi, dalle minacce alla corruzione, dal sabotaggio alla falsificazione, delle notizie e dei documenti presentati per i suoi scopi.
Dove si svolge questa storia ve lo dirò più avanti. Sappiate che si svolge sul nostro pianeta. Chi ha letto Caraibi riconoscerà Julian, l’Eroe di Playa Grande e Alvaro, il boss della spiaggia. Perché tutto il mondo è paese davanti alla rapacità, come davanti al riscaldamento globale.

Foto © Tsuyoshi Satomura

Un muro di cemento.

Tra poco su Jurassic Beach lo costruiranno, quel muro. Sarà alto sei metri e mezzo e lungo quasi duecento. Ne volevano erigere uno lungo più del doppio. Sostengono che l’erosione della spiaggia minaccerà il villaggio. Ma non è vero: le foto presentate alla Prefettura di Kagoshima (ecco un altro suggerimento sul luogo) ritraggono la spiaggia nel momento della sua massima erosione dopo un tifone nel 2014. Quel tifone lì fu particolarmente violento. Il massimo della marea coincise col massimo della bassa pressione, con il massimo del vento e col massimo delle onde. E, probabilmente, col massimo dello sfruttamento della sua sabbia, perpetrato in mare e nel letto del fiume cristallino, a beneficio di una compagnia mineraria. Poi la spiaggia ha continuato a espandersi. Quella è l’unica spiaggia del Paese dove è stata fotografata una tartaruga liuto, la specie più grande del mondo (ovviamente in pericolo) nel 2002. Una spiaggia che sembra perfetta per deporre le uova, ma da tempo non vengono censiti nidi di tartaruga.



Il Paese è il Giappone, un paese tanto capace di stupirci per la sua tecnologia e organizzazione, per la gentilezza che trovi in strada, per l’arte e la cultura che ti sopraffanno. Quanto nel lasciarci basiti per certe posizioni sull’ambiente, soprattutto marino. D’altronde anche l’Italia lascia basito il resto del mondo per come tratta le sue risorse, naturali, umane e culturali.
L’isola è quella di Amami e fa parte dell’arcipelago delle Ryūkyū, un lungo arco che si stende dalle isole maggiori verso Taiwan per novecento chilometri. Okinawa, la più famosa, se ne sta quasi al centro dell’arco. Una storia antica e complessa, quella delle Ryūkyū, con una lingua ed una cultura che si differenziano da quelle del Giappone. Laggiù anche la religione indigena è diversa, e non è raro che ci si rivolga a una Yuta, una sciamana, per un consiglio sulle questioni importanti. Per moltissimi versi questa storia è identica a quella che ho ambientato ai Caraibi, con la differenza che la costruzione di un albergo sarebbe stato un bene, in questo caso.

Foto © Jean-Marc Takagi

L’eroe di Jurassic Beach

Ci sono più eroi, in questa vicenda, che si battono per proteggere una bellezza naturale ed un raro ecosistema dal cemento. Il più agguerrito di tutti si chiama Jean-Marc Takagi. Jean-Marc, come Julian, sarebbe pronto ad incatenarsi ai bulldozer pur di salvare quella spiaggia. Nato e cresciuto a Parigi, a sette anni amava la natura e sognava l’Amazzonia. Si domandava perché gli umani costruissero giungle di cemento. A diciotto anni scappa in Giappone, da cui ha origine la sua famiglia. Finisce alle Hawaii, a studiare ingegneria. Le facoltà di ingegneria delle Hawaii forse non sono le più famose del mondo, ma sicuramente lo sono le onde dei quell'arcipelago, dove Jean-Marc può praticare il surf, allora la sua attività preferita. Ci metterà qualche anno a trovare il luogo dove stabilirsi ed esprimere quel bisogno di contatto con la natura selvaggia, trasformandolo in quotidianità. Lo trova molti anni dopo, scandagliando le immagini di Google Earth.
“Amami, vista dal satellite, era l’isola più verde di tutte.”
Le spiagge della sua infanzia in Giappone erano state tutte erose, devastate dalla costruzione di moli e muri di cemento. Me le ha fatte vedere su Google Maps, le spiagge della sua infanzia, descrivendomi com’erano. E nel guardarle pensavo alle mie.
Il Giappone produce tanto cemento quanto ne producono gli Stati Uniti, con una popolazione di poco più di un terzo di quella americana e una superficie neanche lontanamente paragonabile. Lo produce e lo usa tutto: secondo alcune scale le coste giapponesi sono cementificate per oltre il 50% della loro estensione. L’isola di Amami non era certo esente da questo flagello, molte spiagge erano state ‘protette’ dall’erosione con muri di cemento, altre baie erano state trasformate in porti. Ma le montagne e la vegetazione fitta rendevano impervi molti dei suoi luoghi. Laggiù Jean-Marc si trasforma in guida naturalistica, accompagnando turisti in vere e proprie avventure in ambienti selvaggi, circondati da un raro ecosistema. Un ecosistema capace di ospitare specie ormai estinte altrove. La spiaggia di Katoku, Jurassic Beach, è ancora uno di quei luoghi selvaggi. Ma un giorno il mondo moderno si accorge della sua esistenza. E inizia a sfruttare le sue risorse in modo invisibile.
“I primi a notare cambiamento sono stati i surfisti. Le onde non rompevano allo stesso modo, era sparita il sand-bar la secca sabbiosa al largo. Non so dire se per la manipolazione del letto del fiume o per le attività illegali di una certa compagnia mineraria che prelevava la sabbia al largo, ma qualcosa era decisamente cambiato nel fondale già prima del tifone. La mancanza di quella secca sommersa ha dato via libera al mare. Non c’era più nulla a rompere le onde prima che s’avventassero sulla spiaggia.”

Foto © Jean-Marc Takagi

Per fare il vetro e il cemento serve sabbia. All’inizio la compagnia mineraria ha iniziato a prelevare dal letto del fiume, dove anni prima erano stati rinvenuti reperti del periodo Jōmon, corrispondente al nostro neolitico. Poi in mare, illegalmente, approfittando del buio della notte, qualcuno continua a prelevare illegalmente.
Le prove raccolte da Jean-Marc dopo il tifone del 2014 dimostrano che la spiaggia di Katoku subì un restringimento, ma poi ha ricominciato a espandersi. Artefice del miracolo è proprio quel fiume cristallino. Una volta lasciato in pace nel suo corso parallelo al mare, il fiume ha ripreso ad alimentare la spiaggia in tutta la sua lunghezza.
“Ci sono stati dei tentativi, documentati, di far tirare dritto il fiume verso il mare, scavando un canale perpendicolare alla spiaggia. Appellandoci alla legge sulla trasparenza in vigore in Giappone, insieme  alla Nature Conservation Society of Japan,  abbiamo richiesto la documentazione alla Prefettura sulle opere fluviali. Dopo non poche resistenze siamo entrai in possesso di immagini ritoccate o datate 2015, cioè successive agli interventi sul fiume e precedenti al riassestamento naturale della spiaggia. Hanno cominciato nel 2013, un anno e mezzo prima dell’evento di erosione, ma ci ha inviato solo documenti risalente al 2015."


"Le loro attività cessano ad aprile 2017, subito dopo che abbiamo iniziato a indagare. Penso si siano preoccupati molto. Malgrado le richieste non ci è stata fornita alcuna documentazione precedente al 2015, né alcuna spiegazione sul perché sono stati condotti gli scavi lungo il fiume. Tutti i nomi delle compagnie appaltatrici erano cancellati. Nessuno è stato in grado di fornire un motivo per quei lavori. Solo dati sui costi, ma nessuna spiegazione. E le uniche foto depositate in prefettura sono del 2015. Nessuna delle foto in Prefettura documenta la riespansione della spiaggia!”
La prima cosa che viene in mente è un atto di grande stupidità o inettitudine ma, va ricordato, questi due pericolosi mali frequentano poco il Giappone. Jean-Marc ha un sospetto:
“I vecchi giapponesi mi raccontano che negli anni ’60 e ’70 i sabotaggi erano all’ordine del giorno. Le imprese costruttrici minavano i fianchi delle montagne per provocare frane e poi ottenere gli appalti per metterle in sicurezza.”
Già dal 2016, dopo che le intense piogge alimentarono il fiume, la spiaggia tornò ad espandersi. Ma il progetto del muro viene approvato lo stesso: quella di Katoku beach, sulle carte depositate, è un’espansione fantasma: le foto depositate, lo ricordo, sono tutte del 2015.
Jean-Marc e l’associazione Amami World Heritage, per pagare avvocati e professionisti in grado di raccogliere prove e dati di qualità, lanciano un crowdfunding. Contattano un ricercatore dell’Università di Okinawa, un biologo marino specializzato nella cementificazione delle coste. È stato testimone e relatore della scomparsa di vaste aree di corallo nella sua isola a causa delle barriere di cemento.

Foto © Jean-Marc Takagi


Cemento che uccide

In un paese flagellato da molti tifoni e qualche Tsunami, in previsione d’un aumento del livello dei mari, qualcuno può restare perplesso sull’opportunità di impedire la costruzione di un muro. Ma basta scandagliare alcune immagini, nella nostra memoria di vita vissuta, o di repertorio se non siamo avvezzi a lunghe spiagge selvagge, per accorgerci che davanti a ogni spiaggia veramente profonda non c’è mai un muro, di cemento o roccia che sia: dietro ogni grande spiaggia c’è sempre un fiume, o delle dune. O, come a Katoku, tutt’e due. Le dune sono un capolavoro di resilienza: non si oppongono alla forza dei venti o dei mari ma la assecondano. Compattate dalla vegetazione assorbono e rilasciano acqua e sabbia gradualmente. I dati raccolti dopo lo Tsunami del 2004 in Indonesia dimostrano che lungo le coste che ospitavano dune e mangrovie si sono verificati i danni minori. È questo il motivo per cui in alcuni laghi vengono impiantati dei canneti per proteggere coste e manufatti dall’erosione. Dune, mangrovie e canneti hanno la stessa efficacia dei muri di cemento, con una enorme differenza: in quelle piccole foreste naturali trovano cibo e riparo innumerevoli specie. Uccelli marini, insetti, pesci e piccoli anfibi usano foglie, steli, radici per deporre le loro uova, costruire nidi, allevare i piccoli al riparo dai predatori. Le dune soprattutto, come i fiumi, regolano l’umidità degli arenili mantenendo la sabbia compatta e pesante, pronta a resistere ai venti.


Nidi di tartaruga su Jurassic Beach


Due strane sorprese.

Il nostro ricercatore da Okinawa, dopo 15 ore di traghetto dormendo sulle stuoie, alla giapponese, sbarca sull’isola di Amami. Attraversa le montagne e finalmente giunge a Katoku, a Jurassic Beach. Come mette piede su quella spiaggia ha la prima sorpresa. Davanti a lui qualcosa che negli ultimi anni non era mai stato registrato. Trova ben otto nidi di tartaruga. Emersi da uno stargate. I rapporti degli anni precedenti, condotti da personale non specializzato, avevano registrato sistematicamente il valore zero davanti alla casella tartarughe. Zero nidi e zero avvistamenti di tartarughe in mare. Così per anni.
“Eppure i surfisti mi hanno detto di averne avvistate spesso in acqua. Eravamo in molti dell’idea che la spiaggia e le acque antistanti fossero una zona importante di riproduzione.” Riferisce Jean-Marc.
Se la prima sorpresa giunge gradita, nella seconda le cose prendono una piega sinistra. Il lavoro del ricercatore è anche quello di intervistare con metodo scientifico la comunità locale. Comincia col capo del villaggio. Ogni villaggio, in molte comunità, si munisce di un responsabile che si occupa di trattare con l’amministrazione pubblica e di disporre lavori, tra i quali il muro.
“Il capo villaggio? S’è rifiutato di parlare con me, mi ha scattato due foto e poi s’è chiuso in casa” mi ha raccontato il ricercatore.
Noi italiani sappiamo tutti cosa pensare davanti a un atteggiamento del genere. Pensiamo una parola sola. Mafia.
“È un tipo minaccioso e violento”
Un paio di testimoni l'hanno detto, ma non hanno voluto esporsi. Tra gli abitanti del villaggio solo uno si è schierato apertamente contro la costruzione del muro. Gli altri si son chiusi in uno strano silenzio.
“Qualcuno del nostro comitato, al di fuori del villaggio, si è ritirato. ‘Pensa al lavoro, al benessere della tua famiglia’, gli è stato detto. Il capovillaggio è il fratello di uno dei papaveri nel consiglio di amministrazione proprio di quella compagnia mineraria interessata alla zona” riferisce Jean-Marc.
Intanto però, le casseforme sono già in fila alle porte di Katoku. Attendono le betoniere. Volevano tagliare dei pandani in cima alle dune per favorire il transito dei pesanti mezzi. I pandani sono piante resistenti agli ambienti salini ed offrono un ottimo servizio alle spiagge: consolidano le dune.





Il granchio eremita viola.

“I pandani non sono una specie protetta - ha risposto la Prefettura - in compenso stanno argomentando su un’altra specie protetta che invece si nutre dei loro semi: il granchio eremita viola presente su questa spiaggia. È evidente quanto sfugga la big picture.”
Ma qui la mafia c’entra poco. C’entra semmai la cronica incapacità delle ‘moderne’ amministrazioni di confrontarsi non solo con la scienza, ma con le nozioni più elementari sulla natura. Un problema globale. Ma ci sono modi diversi di reagire allo stesso problema. Da noi sarebbero partiti subito i sassi e le molotov, gli attivisti di Amami invece hanno piantato altri pandani. Lo hanno fatto con l’aiuto  di una scuola elementare locale. Su quei germogli è stato posto un cartello:
“Questi pandani sono stati piantati dai bambini”
Nulla più di quel cartello ci parla del pianeta e in quali condizioni lo stiamo consegnando alle future generazioni, quelle di Greta Thunberg, che si trovano sfidare non ancora maggiorenni una natura devastata e un mondo politico che ignora i suoi problem. Un mondo in cui i prepotenti hanno libertà d’azione.






La sciamana

Una delle scuse per proteggere una manciata di case con un costoso muro è il cimitero. Un paio di anni fa a Yakushima, un’isola dello stesso arcipelago, ero rimasto colpito dalla meravigliosa vista di cui godeva un cimitero minuscolo. Da sopra un rilievo davanti alla spiaggia piccole steli di pietra sembravano godersi il respiro del mare. Restai in silenzio per chissà quanto. Che grande rispetto dei morti devono avere, m’ero detto, per non far sorgere qui sopra un Ryo-Kan, o un lussuoso eco-lodge. Sarebbe un posto magnifico per il turismo. Probabilmente, conclusi, questa è una cultura che conserva antiche tracce animiste. Non mi sbagliavo. La religione locale si basa su divinità che rispecchiano le forze naturali e il culto degli antenati. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se a Katoku è stata interpellata una Yuta, una sciamana. Ma anche il suo verdetto è senza appello:
“Antenati e spiriti della natura non amano il cemento.”
Come andrà a finire lo sapremo solo dopo il 30 agosto. Quel giorno un giudice visiterà la spiaggia, parlerà con le persone presenti e si farà una coscienza.
Chissà se Jean-Marc, come Julian, dovrà incatenarsi ai bulldozer per evitare lo scempio. Io spero di no, ma in questo possiamo contribuire tutti, semplicemente firmando una petizione, che in un paese come il Giappone ha ancora il suo peso. Possiamo dare una mano promettendo di andare a visitarla, Jurassic-Beach, l’ultimo paradiso di Amami, ma di farlo solo se non ci sarà un muro di cemento. Possiamo sperare di trovare ancora quei cartelli, semisommersi dalle piante cresciute e divenute alte e più forti. Come la coscienza ambientale delle nuove generazioni.

Firma adesso la petizione http://change.katoku.org/



Quel che a Katoku succede naturalmente, in Olanda costa 87 milioni.

Jean-Mark Takagi Twitter: 

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