28 giu 2023

Pinneggiando sull’Adda

 




Pinneggiando sull’Adda

Ho conosciuto i ragazzi del Bergamo Diving Center nel 2019 durante un evento DAN. Si parlava di viaggi e di sicurezza nei viaggi subacquei e proseguimmo in pizzeria. Mi trovai circondato da ragazze e ragazzi – anche di una certa età - vivacissimi, entusiasti e rumorosi. Era da tanto che non ridevo così. Fu attrazione fatale. Mi invitarono per la Pinnata che si sarebbe dovuta svolgere a giugno dell’anno successivo ma scoppiò il Covid. 

Un giorno mi arriva una e-mail di Riccardo: Vieni?

 

La magia dell’acqua che scorre.

Se c’è una cosa che m’è sempre piaciuta un casino, tra le attività acquatiche, è discendere fiumi. Non in una normale barca ma in canoa, in gommone. Nelle camere d’aria dei camion. Su zattere di bambù. Qui lo scrivo poi lanciatemi le sedie: preferisco immergermi nei fiumi più che nei laghi. Stavolta mi offrono di discendere un fiume con muta e pinne, una novità. Non è un invito al torrentismo. Quello, l’ammetto, mi manca ma abbiate pazienza, arriverà. La Pinnata sull’Adda è invece una cosa molto tranquilla. In quel tratto il fiume, e già da un bel pezzo, scorre placido. Quasi addomesticato.

Alle otto e mezza siamo alla Canottieri di Trezzo sull’Adda, una base fluviale ben posizionata e concepita. In una sacca muta, pinne, maschera e snorkel. Gli ultimi due pezzi d’attrezzatura si riveleranno perfettamente inutili. Riempiamo autodichiarazioni sul nostro stato di salute. Scopriamo di essere coperti da un’assicurazione. Marco, istruttore del Bergamo Diving Center, ci fa salire su un minibus. Abbiamo già zippato le mute e Marco e gli altri istruttori indossano anche elmetti speleo e salvagenti da soccorritori. Percorriamo una strada sterrata che risale il fiume. I mezzi fanno avanti e indietro per trasportare uomini, donne e attrezzature. Per la gioia dei ciclisti e dei pescatori in gara. Ci sono parecchie donne, più del fatidico 30%, così a occhio. Superiamo una spiaggetta alla nostra destra dove stanno alando un gommone. Non è un gommone qualsiasi, la sezione centrale della prua può abbassarsi, come il portellone di un ferry, per facilitare un soccorso. Sarebbe il massimo, un gommone così, per le immersioni. Chissà quanto costa. Durante il tragitto Marco mi racconta tutto quello che mi può raccontare: quanti siamo (74) quanti erano nell’edizione precedente ed il record assoluto negli anni passati: 171. Procediamo sullo sterrato tra frasche, passanti, pescatori e ciclisti che ci guardano. Non-gioiosi. È una domenica italiana molto assolata e sono tutti in giro, a piedi in bici e con le canne da pesca. Siamo arrivati allo start e già mi manca il fiato. La Centrale Esterle di Porto d’Adda è monumentale. Quando siamo tutti radunati scendiamo da un passo di servizio, ci caliamo da una scala in tubi innocenti, indossiamo le pinne su un comodo gradino che sembra fatto apposta per quello, e…

 

Splash. Partono tutti come razzi.

“Il percorso può essere affrontato in maniera ludica, con lo scopo di trascorrere una giornata in allegria e soprattutto in un ambiente incontaminato e di straordinaria bellezza, o in maniera agonistica.”

Avrei dovuto capirlo dai costumi hi-tech delle nuotatrici. I nuotatori pro maschi sono tutti a petto nudo. Provo a inseguire il gruppo con maschera e snorkel, ma poi mi stufo. La visibilità è quello che è e lo spettacolo è sopra e tutto intorno, non sotto. Marco è dietro di noi, chiude la fila. Dopo pochi minuti, ho i primi crampi. Marco mi strizza l’occhio e mi fa: Io ho preso i sali. Non so quanti anni abbia ma, come me, sembra non ne abbia più trenta da un po’. Ecco che anche la mia buddy, ha i crampi. Me lo comunica con una certa sorpresa: E io che avevo preso il Polase! Siamo due subacquei (tedesch) i arrugginiti, quel tipo di subacqueo che in favore di corrente aggiusta il GAV e non pinneggia mai. Siamo qui per goderci lo spettacolo, dice Marco per farci coraggio. Non sta mentendo. Anatre che ti volano accanto a pelo d’acqua. Libellule azzurre che forse ti scambiano per una portaerei fluviale. Folaghe. Svassi. Cigni. Tantissimi nidi e piccoli di ogni specie, è stagione. Il bosco che incombe sul fiume nasconde le case sulle alture. Ammiro il gioco tortuoso delle radici emerse. Pinneggio sul dorso, preferibilmente a rana, sotto un cielo incredibilmente azzurro. So che la mia faccia brucerà. Marco non è lì solo per me e la buddy e le distanze tra noi tre e quelli più avanti si stanno tristemente allungando. Se non spingiamo Marco perderà il controllo del resto del gruppo ma dice che non dobbiamo preoccuparci perché c’è un gommone che fa su e giù lungo la fila di pinneggiatori. Da bordo gommone ci mandano spesso segnali: sospettano, giustamente, qualche difficoltà. In realtà l’unico vero rischio per la nostra salute è quello di affogare per quanto ridiamo. Le storie che si raccontano i subacquei sono più esplosive delle peggiori barzellette. Per fortuna quelli che ci precedono si stancano presto. Ancora libellule, folaghe, anatre. Aironi. Il paesaggio ai nostri lati, con le foglie degli alberi che luccicano al vento, scorre cambiando prospettiva. Solo l’ambulanza mantiene il nostro passo, guatandoci dalla strada sterrata. E il fiume, come qualsiasi altra massa fluida in movimento, non scorre mai omogeneo. Lo sanno bene quelli che frequentano l’acqua e l’aria. Piccoli gorghi, secche. Sul lato esterno della curva la corrente scorre più veloce. Quando il fiume si allarga, il flusso rallenta. Madre Natura funziona spesso al contrario delle tangenziali.

 




Le cose sacre.

Verso l’arrivo ci fanno cenno di spostarci sulla riva destra. Poco oltre ci sono le chiuse. Gli organizzatori preferirebbero non vedere pinneggiatori aggrappati alle griglie come gatti su una rete da pollaio. Per evitarlo hanno fatto in modo che tutti confluissero per tempo sulla sponda giusta. La corrente, a guardare bene quel punto, non sembra forte, ma non si sa mai. La sicurezza, per noi subacquei, è sacra. L’acqua non era fredda, ma 5,5 km e più di un’ora di fiume, 90 minuti per noi pigri e ‘crampati’, affamano. I volontari del buffet-griglia e al bar scodellano, arrostiscono e spillano birra. C’è anche un menu vegetariano. So che la cucina è l’altra cosa sacra, dopo la sicurezza, tra i subacquei italiani. Viene prima del lago e del Mar Rosso. Pronuncio una parola pericolosa: carbonara. Lo so che non si fa, perché qualcuno prima o poi dirà ‘panna’ e l’effetto è sempre esplosivo. Al binomio fatidico le facce si fanno serie. Gli inglesi ci definiscono i critici gastronomici più spietati. È comprensibile, soprattutto dal loro punto di vista. Abbandono perfidamente la discussione per parlare un po’ con Giuseppe Zappa (Beppe) presidente e fondatore del Bergamo Diving Center. Mi interessa sapere com’è nata l’idea della Pinnata sull’Adda una delle manifestazioni, lasciatemelo dire, più belle cui ho partecipato.

 

Per gioco e poi sul serio.

“Eravamo un gruppo di amici, 5 o 6… al massimo una decina, e d’estate finito il lavoro per scherzare andavamo a nuotare sull’Adda, non c’erano divieti, allora.”

Il Bergamo Diving Center trasformerà una mezza goliardata tra amici in un evento che vedrà ben trenta edizioni. Beppe mi racconta che l’associazione nasce nel 1986 dalla scissione da un antico club FIPS (si chiamava così all’epoca la FIPSAS-CMAS) per un percorso verso la PADI. L’associazione, non a scopo di lucro, ha lo spirito di un Thomas Canyon, uno dei miei personaggi che ho più a cuore. Thomas, come gli istruttori del Bergamo Diving Center, vuole portare sott’acqua il maggior numero di persone perché solo così si può creare un legame profondo con il mare. E con l’ambiente acquatico in generale. In un anno arrivano nei corsi fino 120 allievi. Il marketing? Il passaparola, mi dice Beppe.

“Ci siamo ridimensionati, 120 allievi erano troppi per noi che preferiamo una ratio di 2 allievi per ogni istruttore-divemaster come puoi vedere non andiamo solo sott’acqua.“

Scopro che organizzano, oltre ai viaggi in Mar Rosso tra Egitto ed Arabia Saudita, anche canyoning e un’altra cosa che m’è piaciuta assai: il giro delle cantine dell’Amarone in Valpolicella. Tra tutte, l’organizzazione della Pinnata è la vera sfida. Lo è dal punto di vista burocratico e organizzativo. Si svolge in un’area protetta dove inoltre vige il divieto di balneazione per motivi di sicurezza. Le imponenti misure impiegate, gommone, ambulanze, soccorritori, vengono prese per ottenere la deroga a quel divieto. Quell’ora e più di vera beatitudine nel fiume è frutto di protocolli e di pianificazioni accurate, di un coordinamento preciso. Non è attenzione maniacale, è voglia di serenità. Non so voi che mi leggete, ma in acqua io preferisco ridere, divertirmi, contemplare la natura. Tutto ciò che potrebbe generare stress o rovinarti la giornata va neutralizzato prima che bussi alla porta. La pinneggiata sull’Adda, almeno per me, malgrado qualche crampo, è stata una sorta di sessione yoga. Ma una sessione poco ortodossa. Ogni tanto, l’ammetto, più che al Nirvana pensavo ad un’altra cosa, altrettanto sacra ai subacquei di tutto il mondo. La birra.

Salute, Bergamo Diving Center!

e a presto.

claudio di manao

http://www.bergamodivingcenter.com/

http://www.bergamodivingcenter.com/index.php/pinnata

https://claudiodimanaoblog.blogspot.com/2019/12/evento-dan-al-bergamo-diving-center.html


8 giu 2023

Subacquei arrugginiti affrontano l'estate.




L'astinenza d'azoto raggiunge il picco massimo in questa stagione. Con il caldo e le belle giornate viene proprio voglia di tornare sott'acqua.


Scopriamo che la muta si è misteriosamente ritirata durante l'inverno e che probabilmente la batteria del computer si è scaricata. Le sorprese, ad ogni inizio estate, non finiscono mai.
Soprattutto: siamo sicuri di poter affrontare la nuova stagione subacquea in sicurezza? 
Per questo vi ripropongo un post di successo pubblicato anni fa e che sembra ancora verde:


 
e poi un articolo, sempre spiritoso sullo stesso argomento ma con un piglio più scientifico ed inevitabilmente più accurato, visto il magazine che lo pubblica. Alert Diver resta il punto di riferimento più affidabile per la comunità subacquea planetaria. Se avete dubbi andate dritti a questo link:



Da non perdere: il QUIZ!

Ecco un QUIZ di verifica su quanto siete preparati a tornare in acqua dopo un lungo periodo di astinenza da azoto.



Buone bolle!

Claudio Di Manao







4 giu 2023

il più grande fotografo subacqueo dopo il pleistocene

 


Sui fotografi subacquei ho scritto molto. A volte facendo arrabbiare qualcuno. Quelle che sono state spesso percepite come critiche non erano altro che risultati di osservazioni sul campo. Pubblico l'indagine antropologica con le dovute scuse ad una specie che ci ha dato veramente tanto - senza ironia - e che fatica a competere con i cambiamenti. Per esempio: i diritti d'autore.

 

Le origini.

30.000 anni fa l’essere umano non conosceva la fotografia, ma sentiva già il bisogno irrefrenabile di catturare il mondo che lo circondava. Per poi stenderlo sulla rupe del salotto buono. Se le rocce fossero state meno difficili da scalfire o colorare avrebbe riempito ogni parete disponibile con i suoi ricordi di viaggio, di caccia, con spiedini di mammuth serviti su letti di uva passa e prugne secche e, inevitabilmente, i soliti ammazzamenti e tanta, tanta pornografia. Non erano diversi da noi. Erano noi senza l’iPhone. Ventimila anni più tardi, grazie ai social, abbiamo riempito il web delle stesse cose, risparmiando le rupi. L’essere umano è un fotografo compulsivo. Steve Jobs lo sapeva bene e mise in commercio un telefono che conteneva una trappola mortale: la migliore fotocamera da tasca. Poi arrivò la GoPro, e fu il finimondo. Soprattutto sott’acqua.

 

L’adattamento all’ambiente acquatico.

Le immagini subacquee, si sa, stregano a morte. Il mondo tridimensionale, come quello dello spazio, lasciano a bocca aperta anche il più insensibile dei discendenti dei pittori rupestri. Se non provi niente davanti ad una bella immagine subacquea discendi da una forma aliena. Il salto evolutivo lo compiono Hans Hass a Jacques Cousteau, un salto che in 007 Thunderball, girato per il 40% sott’acqua, chiude il cerchio con i nostri istinti rupestri. Stai esagerando. No, non sto esagerando, tu guarda la scena madre e cosa trovi? Omini che nuotano, sagomine che si infilzano con le fiocine, che si accoltellano. Come ai vecchi tempi.

 

Una nuova specie.

Nasce quindi una nuova specie di fotografo, una sorta di umano-drone che vola nelle tre dimensioni. Ci riesce così bene e si sente così a suo agio che comincia ad identificarsi con il soggetto. Il fotografo (o videografo subacqueo) non è più l’occhio, non è più il punto di vista, è il soggetto stesso. Nel ripetere il gesto rupestre sott’acqua il fotografo subacqueo si trasfigura e come i mitici serpenti che si divorano a vicenda partendo dalle code, per fondersi in una unità dinamica. Salvo incazzarsi se poi il soggetto non fa quello che vorrebbe il fotografo.

La misura del fotografo subacqueo è la sofferenza. Combatte con costi spropositati per le attrezzature, con obsolescenze che arrivano più veloci delle multe arretrate. Sa che ogni oggetto elettronico portato sott’acqua sviluppa la maledetta tendenza ad allagarsi. I suoi tentativi di impedire questo spiacevolissimo evento impegnano importanti risorse e producono stress. Opera in un ambiente che non è mai caldo abbastanza per chi si ostina a tempi di permanenza mostruosi, spesso nell’immobilità assoluta. I suoi viaggi non sono duri e seminati di trappole d d’intoppi; le compagnie aeree puniscono le attrezzature con pesanti franchigie e riservano alle batterie per le torce la stessa accoglienza che riserverebbero ad un seguace dell’Isis. Infine, il processo di fusione, quel legame profondo con il soggetto tende spesso rompersi. Può prelevare un tritone e trasportarlo in una zona infestata da corone di spine, attendendo la scena dell’attacco al diabolico echinoderma per usarla in una campagna di salvaguardia del tritone stesso, ma il gasteropode può decidere di saltare la cena, contro i suoi interessi. E quelli del reef.

 

Grazie per tutto il pesce.

Dovevo questo piccolo contributo ai fotografi subacquei, bistrattati nei miei libri e in alcuni articoli per i comportamenti di pochi. Lo dovevo almeno agli appartenenti alla suddetta specie che ci hanno riso su. La fotografia è un mestiere da cacciatori stoici, pazienti e, di questi tempi, da gente che ricava immagini ben fatte, documenti di valore scientifico. Dall’immensa rupe del web le belle immagini si rubano e si replicano, tutti postano di tutto e il mestiere non viene più riconosciuto come un tempo. Oggi siamo tutti fotografi, come siamo tutti scrittori. Siamo il bias danzante dell’universo.

 

Questo articolo è reperibile anche su ScubaZone N°66.


Ma non finisce qui...